Formidabile quel Piper. La lettura de il Corriere della Sera

La discontinuità con il passato, il mondo sbiadito e bacchettone dei matusa, si percepisce già nel volantino che, il 17 febbraio 1965, annuncia la novità: l’apertura di un grande locale per i giovani smaniosi di affermare la propria identità estetica e politica. Il volto del Piper, realizzato a Roma in un ex deposito del quartiere Coppedè dallo studio di architettura Capo-lei-Cavalli, è quello di Ursula Jeanis, la Mirna del fotoromanzo poliziesco Genius, che nella brochure svela la scaletta della serata inaugurale con i Rokes e l’Equipe 84. Protagonista della scenografia «il giardino di Ursula», disegnata da Claudio Cintoli, è un’altra icona, un’altra Ursula, l’attrice Andress, in una sorta di manifesto ecologista che contrappone la natura al progresso.

A 6o anni dall’evento che segna la nascita di un mito il volume Il Piper Club. Tempio del beat dal 1965 (VoloLibero edizioni) di Corrado Rizza ripercorre il periodo aureo di un progetto che intercetta lo spirito del tempo: il sogno di una generazione che vuole affrancarsi dalla mentalità conservatrice dei benpensanti per costruire una società modellata sui propri sogni. Quando gli ideatori – Giancarlo Bornigia, Alberigo Crocetta e Piergaetano Tornielli – decidono di lanciarsi nell’impresa nel Regno Unito sono già esplosi i Beatles che, nel giugno 1965 si esibiranno al Teatro Adriano.

Dopo lo show George Harrison e Ringo Starr provano a entrare al Piper ma restano fuori perché il locale è strapieno. John Lennon e Paul McCartney passano la serata al Club 84, tra i luoghi simbolo della Dolce vita, pedinati da fan pronte a tutto pur di ottenere un autografo. A immortalarli è il fotografo Gilberto Petrucci, «il Paparazzetto», che il giorno dopo si presenta dai Fab Four all’hotel Parco dei Principi con una mazzetta di giornali: i Beatles gli chiedono di leggerli e gli affibbiano il soprannome the newspaper boy. L’incontro si chiude con una surreale partita di calcio nell’atrio dell’albergo e una pallonata contro una vetrata che scatena le ire del concierge.

Il Piper detta la linea non soltanto puntando sui concerti di gruppi italiani (Nomadi, Camaleonti, Patty Pravo con i Cyan Three) e internazionali (Primitives, Byrds, Pink Floyd), ma anche per aver plasmato la figura del di moderno. Il pioniere è il recordista Beppe Farnetti che alterna i dischi in modo empirico non disponendo di un mixer: a diffondere i rudimenti di un mestiere ancora allo stadio embrionale è l’inglese Janice Munro che l’affianca in consolle.

Nel 1967 la stagione si apre con la Festa dei fiori, celebrazione dello spirito hippie che vede accalcarsi oltre 5 mila persone sul marciapiede di via Taglia-mento: ci sono anche Luchino Visconti, Vittorio Gassman, Elsa Martinelli e Lina Wertmüller. La commistione tra arte, musica, cinema, moda e jet set fa del Piper il catalizzatore di una cultura percepita come rivoluzionaria (nel 1966 il questore impone la chiusura pomeridiana ritenendo che lo shake, il ballo in voga, danneggi il profitto scolastico degli studenti).

In pieno clima Flower Power tra i molti che al Pi-per trovano «la svolta della vita» c’è Tito Schipa ju-nior, autore dell’opera beat Then an alley (1967) su

musiche di Bob Dylan (nel cast anche un giovanissimo Giuliano Ferrara): «In quel periodo ero abbarbicato alla lirica — racconta il regista — e anche i Beatles mi davano fastidio. Per trascinarmi alle feste gli amici dovevano tirarmi per i capelli». A farlo ricredere è la partecipazione, nell’estate del 1966, alla

«Grande caccia», una sorta di happening situazioni-

sta: il gioco simula un inseguimento con i concorrenti vestiti da cowboy alla ricerca dei fuggitivi in tutta la città. «Per la premiazione – ricorda Schipa junior — decidemmo di affittare il Piper, il presentatore si ammalò e mi buttarono sul palco. Fabrizio Bogianchino, il direttore del locale, rimase colpito e mi fece un’offerta: “Sei bravo, ti do tremila lire ad annuncio”. Accettai e a poco a poco mi ritrovai in quella dimensione». Mita Medici, destinata a diventare «la ragazza del Piper», scopre questo luogo magico con l’amico Albertino Marozzi: «Nel 1965 avevo 15 anni, per divertimento facevo già servizi fotografici di moda per giovanissimi. In quel periodo andavamo in una boîte a Trastevere, il Samovar, dove si poteva ascoltare musica dal vivo di qualità, ma appena entrai al Piper rimasi rapita da questo spazio anomalo: era pieno di ragazzi che subito riconobbi come miei fratelli e sorelle. Amore a prima vista». Mentre si scatena sulla pista viene notata dal regista Paolo Spinola che la vuole protagonista del film L’estate

(1966): «Gli risposi che non avevo tempo, ma si era talmente fissato che pregò mia madre di convincer-mi… Letto il copione, gli feci notare che le ragazze si esprimevano in un altro modo… Ricordo che mi disse: “Allora riscrivi tu le battute”. Mi piacque l’idea di entrare nel progetto e accettai la parte». Giancarlo

Bornigia junior, 50 anni, quarto dei 5 figli avuti dal fondatore, porta avanti l’attività di famiglia che, tra mille cambiamenti, è un’azienda con 70 dipendenti:

«I miei primi ricordi sono di quando avevo 6 anni, inizio anni Ottanta. Il pomeriggio andavo a trovare papa in ufficio e in una saletta che aveva allestito per me giocavo a biliardino, Pac-Man, Space Invaders..

A 14 anni ero in biglietteria, imparavo il mestiere».

Per festeggiare i 60 anni di un simbolo che risente di stravolgimenti epocali, dai social a una musica sempre più «usa e getta», il 17 febbraio il Piper ospiterà una serata con l’orchestra di Alberto Laurenti, gli storici dj resident e una mostra fotografica.

Maria Egizia Fiaschetti

La lettura (Corriere della Sera) domenica 2 febbraio

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