E i musicarelli inventarono lo star system

E i musicarelli inventarono lo star system

In un libro la storia del genere che lancio i giovani divi. E oggi?

«non funzionerebbe. Ci sono i social»

di Alberto Piccinini

Perché non si sono fatti più i musicarelli? «Ci fu proprio una ribellione contro i cantanti italiani», ricorda Bobby Solo, che in Una lacrima sul viso (1964) arrivava a Napoli con ciuffo e Cadillac nei panni di un “divo americano della canzonetta”. La sua partner nel film, Laura Efrikian, conferma: «Mi ricordo che a un certo punto a Gianni hanno tirato degli ortaggi, ci fu una crisi». L’attrice aveva sposato Gianni Morandi dopo aver girato con il cantante emiliano anche Non son degno di te (1964) e Se non avessi più te (1965), 2 miliardi complessivi al botteghino.

«I film avevano preso una tendenza che andava verso la violenza, non c’era più posto per noi», aggiunge Al Bano che al musicarello Nel sole deve l’incontro con Romina Power e la costruzione del suo personaggio.

La raccolta di interviste che chiudono il volume di Marta Cagnola e Simone Fattori Musicarelli (Vololibero) sull’epopea di uno dei microgeneri più buffi e nostalgici del nostro cinema popolare ci ricorda che il centinaio di titoli prodotto negli anni 60 non è praticamente mai scomparso. Oggi i film si trovano quasi tutti su YouTube.

Bobby Solo e Morandi, Zanicchi e Mal, graziati dal tempo, con le loro storie popolano ancora la tv del pomeriggio e le prime serate nostalgiche, un nodo (un’ossessione) del nostro immaginario. Mal dei Primitives, che nei musicarelli copriva la quota capelloni, abbozza un’analisi: «Oggi con i social tutti possono accedere in qualsiasi momento alla vita privata del proprio cantante preferito (…) non credo che andrebbero al cinema per vederli».

Gli autori – conduttori radiofonici e esperti osservatori di media – ricordano anche che il musicarello era “un bonario mediatore delle tensioni serpeggianti nella società italiana”. Alla fine trionfava sempre l’amore, eterna commedia dell’arte. «Secondo me si mettevano a confronto delle generazioni perfare più soldi possibile», commenta oggi caustico Shel Shapiro dei Rokes. Shapiro girò con Totò e Rita Pavone Rita, la figlia americanadi Piero Vivarelli, regista e inventore del genere con Urlatori alla sbarra, uno dei pochi rivoluzionari (era iscritto al Pci, come Lucio Fulci) nella piccola comunità di attori, comici, sceneggiatori che realizzava i film per la Titanus e altre piccole produzioni.

Musicarello fa rima con Carosello. Si vendevano dischi e carriere. I film a basso budget erano girati in poche settimane perché il disco fosse ancora alto in hit parade. Attori come Nino Taranto, Franco e Ciccio, Aroldo Tieri, Totò (che quando morì stava girando Totò yè yè dove faceva ballare la sua marionetta tra i capelloni del Piper) e personaggi della tv come Pippo Baudo aiutarono la canzone italiana a costruire il suo star system.

Dietro le quinte c’era la macchina del nostro cinema di genere: «Il produttore, un napoletano, Gilberto Carbone, un omone alto un metro e ottantacinque, senza capelli e con i sopracciglioni neri neri, mentre giravano ci tirava le caramelle per farci capire che andava bene», ricorda nel libro Bobby Solo.

«Noi con questi film facciamo i soldi», ripeteva lo stesso Carbone ad Al Bano, «e poi nei cosiddetti film di cultura li spendiamo».

Il Venerdì di Repubblica – 5 aprile 2024

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